Ricordo ancora una delle prime volte in cui sono sceso sott’acqua. Avevo la sensazione di entrare in un mondo che fino a quel momento avevo conosciuto soltanto dalla superficie. Il rumore della barca e delle voci era rimasto sopra di me; sotto c’erano soltanto il mio respiro, il blu e quella strana sensazione di non sapere cosa avrei incontrato pochi metri più avanti.
Non avrei mai immaginato che quella curiosità mi avrebbe accompagnato per così tanti anni.
Oggi sono più di 350 le immersioni che ho fatto in giro per il mondo. Se provo a ripercorrerle una per una, mi accorgo che non sono soltanto immersioni: sono frammenti di viaggio. Ci sono luoghi che ricordo soprattutto per quello che ho visto sott’acqua, altri nei quali il mare ha rappresentato una parte importante dell’esperienza, altri ancora nei quali sono tornato proprio perché la prima immersione mi aveva lasciato la voglia di conoscere meglio quel fondale.
Con il tempo è cambiato anche il mio modo di scegliere una destinazione.
Quando penso a un nuovo viaggio, ormai, una delle prime domande che mi faccio è: “Come sarà il mare?”
Cerco la visibilità migliore, il periodo giusto, i fondali più interessanti e, quando possibile, la possibilità di alternare le immersioni alla scoperta del Paese e a qualche giornata di assoluto relax.
È così che il diving è entrato sempre più profondamente nei miei viaggi.
E, dopo più di 350 immersioni, quella sensazione prima di entrare in acqua non è ancora cambiata: per qualche minuto non so cosa troverò.
Ed è proprio questo che continuo a cercare.
La scelta di una destinazione
Una parte del viaggio comincia molto prima della partenza.
Se sto pensando a una destinazione tropicale, cerco informazioni sulla qualità dei fondali, sulla visibilità, sulle correnti e sul periodo migliore. Voglio capire quali siano i siti più interessanti e quali animali si possano incontrare in quella stagione.
È così che alcune destinazioni sono entrate nella mia lista.
Non mi interessa soltanto trovare un mare bello da fotografare dalla spiaggia. Voglio sapere cosa succede quando quella stessa acqua diventa il punto di ingresso verso un altro paesaggio.
È stato questo, per esempio, a farmi cercare negli anni alcuni dei mari più conosciuti per le immersioni nel Sud-Est asiatico e nell’Oceano Indiano.
Le immersioni che ricordo
Dopo oltre 350 immersioni, non riesco naturalmente a ricordarle tutte allo stesso modo.
Alcune sono rimaste legate a incontri particolari. Altre al paesaggio. Altre ancora alle condizioni del mare.
Ricordo soprattutto quelle nelle quali, una volta sceso, mi sono trovato davanti qualcosa che non avevo previsto.
È successo con animali che cercavo da tempo e che finalmente sono comparsi davanti alla maschera, ma anche con piccoli soggetti che non avevo considerato e che, osservandoli con attenzione, hanno finito per diventare il ricordo più bello dell’immersione.
Ho scoperto così che non sempre il grande spettacolo è quello che lascia il segno.
A volte è un dettaglio.
Un pesce nascosto tra i coralli. Un nudibranco quasi invisibile. Una parete ricoperta di vita. Un gruppo di pesci che cambia improvvisamente direzione e attraversa il campo visivo.
Sono immagini che spesso mi tornano in mente anche a distanza di anni.
Il rapporto con la fotografia
La fotografia ha cambiato il mio modo di immergermi.
Prima osservavo soprattutto quello che avevo davanti. Poi ho iniziato a chiedermi come poterlo fotografare.
E sott’acqua non è mai semplice.
La luce è diversa, i colori cambiano con la profondità, il soggetto si muove e la visibilità può trasformare completamente quello che avevo immaginato prima di entrare.
Ho imparato quindi a non inseguire continuamente il soggetto.
A volte è molto più efficace fermarsi e aspettare.
Una delle soddisfazioni maggiori arriva quando riesco a ottenere un’immagine che, riguardandola a casa, mi fa immediatamente ricordare dove ero, con chi ero e com’era quell’immersione.
Per questo molte delle fotografie subacquee che conservo non sono semplicemente immagini.
Sono ricordi di viaggio.
Non tutte le immersioni sono perfette
In 350 immersioni ci sono state anche giornate nelle quali le condizioni non erano quelle che speravo.
Visibilità ridotta, corrente, mare mosso, luce poco favorevole.
Quando parti per una destinazione lontana con l’idea di fare immersioni spettacolari, può essere deludente trovare condizioni difficili. Ma anche questo fa parte dell’esperienza.
Ho imparato soprattutto a non considerare un’immersione riuscita soltanto quando ho visto qualcosa di straordinario.
A volte il risultato migliore è semplicemente tornare in barca con la sensazione di aver conosciuto un po’ meglio quel luogo.
Il mare come criterio di scelta
Con gli anni il diving ha quindi modificato anche il mio modo di costruire un viaggio.
Se prima sceglievo una destinazione soprattutto per ciò che potevo visitare sulla terraferma, oggi cerco spesso un equilibrio tra le due cose.
Mi piace poter dedicare alcuni giorni alla scoperta di un Paese e altri al mare. La mattina un’immersione, il pomeriggio qualche ora di relax. Oppure una giornata in barca alternata a una giornata dedicata a un’escursione.
È questo equilibrio che cerco soprattutto nei viaggi più recenti.
Non voglio che il diving diventi una corsa a collezionare immersioni.
Preferisco farne meno, ma in luoghi che mi interessano davvero.
Ancora qualche immersione da fare
Quando guardo indietro, vedo una lunga successione di mari e fondali che hanno accompagnato i miei viaggi.
Ma non penso di aver chiuso un capitolo.
Ci sono ancora destinazioni che vorrei esplorare, fondali nei quali tornerei volentieri e specie che vorrei fotografare.
E soprattutto ci sono luoghi che vorrei rivedere non tanto per aggiungere un’immersione alla mia lista, ma per capire se, tornando lì dopo qualche anno, proverò ancora la stessa emozione.
Dopo più di 350 immersioni, quindi, non mi interessa arrivare a un numero preciso.
Mi interessa continuare a trovare un mare nel quale non sono ancora entrato.
Perché quella sensazione che provavo all’inizio, quando scendevo sotto la superficie senza sapere cosa avrei trovato, è ancora oggi una delle ragioni per cui preparo la valigia e parto.

